Platone e la sua filosofia: fra mondo sensibile e mondo delle idee

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L’iniziazione di Platone alla vita filosofica è stata segnata da un’esperienza tanto drammatica quanto politica: la condanna a morte del maestro Socrate. L’uomo più giusto muore per mano della forma di governo considerata più giusta: la democrazia.

Siamo nell’Atene del IV secolo a. C., un Atene prostrata dalla guerra lunga quasi un trentennio contro Sparta, privata delle sue alte mura di cinta e teatro di conflitti e tensioni che soffocano la vita cittadina e gettano in pensatori come Platone e Aristotele il germe della politica, quella politica in grado di liberare la città dai mali del suo tempo perché alleata della filosofia.

L’unione fra filosofia e politica accompagnerà Platone nel suo peregrinare fra nuove speranze e continue delusioni, da una decadente Atene, democratica prima e oligarchica dopo, a una Siracusa tirannica e lussuriosa, a guidarlo il progetto di una città ideale e secondo ragione, in cui tutte le parti sono in perfetta armonia fra loro e chi governa non è interessato al possesso di alcunché, ma è in grado di arrivare a ciò che rimane sempre costante, l’idea di Bene.

Nel I libro della Repubblica – dialogo in dieci libri che contiene molti dei temi più importanti della filosofia platonica – Platone dà voce ai dilemmi etici del suo tempo attraverso i personaggi di Socrate e Trasimaco.

In politica, infatti, spesso accade che a trionfare sia l’ingiusto, mentre l’uomo giusto paga con la propria vita le sue idee.

La giustizia è l’utile del più forte, l’ingiustizia è assai più degna per un uomo libero

sostiene il sofista Trasimaco, ma Socrate non è d’accordo: perfino tra i briganti la giustizia è necessaria, se non ci fosse, questi finirebbero per sopraffarsi l’un l’altro.

Cosa è allora la giustizia? Attenzione, non cosa è giusto per noi in un dato contesto, ma di per sé, al di là dalle circostanze mutevoli della vita. Per rispondere a questa domanda il nostro filosofo deve prima affrontare il problema più generale della conoscenza, che nei suo dialoghi si presenta come uno sviluppo originale dell’indagine socratica sulla virtù (in greco aretè). Socrate infatti si domandava se la virtù, intensa in senso etico-politico, fosse insegnabile, Platone risponde di sì, ma solo se essa coincide con il vero sapere (in greco episteme). Solo chi possiede il vero sapere può agire in modo giusto.

Ma cosa intende Platone per vero sapere?

Tutti noi inizialmente conosciamo attraverso i sensi, che rappresentano il primo canale veicolo di conoscenza, il primo approccio che abbiamo il mondo che ci circonda. Ma i sensi non sono in grado di restituirci l’essenza delle cose, ciò che permane nonostante il divenire, sono istantanee di qualcosa che è in movimento, al massimo possono darci un’apparenza mutevole delle cose, non il loro essere. L’errore degli uomini, per Platone, consiste nel basare tutta la loro conoscenza sui sensi e nel non rivolgersi all’anima o mente, che è il vero soggetto del conoscere, i sensi sono solo gli strumenti di cui si serve per riaccendere dentro di sé il ricordo dell’essenza o forma, ciò che rimane quando solleviamo la coperta degli attributi sensibili.

Conoscere per Platone è ricordare, lo schiavo del dialogo Menone, privo di qualunque conoscenza matematica, riesce a risolvere un teorema geometrico – aiutato da Socrate che disegna le figure e lo accompagna nel ragionamento – perché l’ha ricordato. Lo schiavo o meglio la sua anima aveva già visto, era già stato istruito, prima di animare il suo corpo terreno.


È la teoria della reminiscenza di Platone: l’anima possiede delle predisposizioni innate al conoscere, che non derivano dai sensi, ma che a contatto con l’esperienza risvegliano un sapere già posseduto ricordando la verità. Quando conosce, l’anima non deve fissarsi sulle immagini percepite dai sensi, ma deve cercare di andare oltre e carpire la forma vera degli oggetti. Platone stesso ci suggerisce, nella Repubblica, di immaginare la conoscenza come una linea divisa in due parti:

  • la conoscenza sensibile o opinione (in greco doxa) che ha come oggetto il Mondo Sensibile, nella nostra linea della conoscenza rappresentata dal segmento AC;
  • la conoscenza intelligibile o scienza (in greco episteme) che ha come oggetto il Mondo delle Idee, il segmento CE.

La  conoscenza sensibile, a sua volta, si divide in due gradi conoscitivi:

  • l’immaginazione (in greco eikasia), che è la prima forma di conoscenza, la più lontana dalla verità, che ha per oggetto le immagini, le ombre, i riflessi sull’acqua, sui solidi, sulle sostanze levigate o luminose; chi si affida a questo sapere vive come in un sogno;
  • la credenza (in greco pistis), che è un gradino superiore nel processo di conoscenza perché chi arriva a questo stadio non scambia più le cose con le loro immagini, ma le considera nella loro concretezza sensibile; oggetto della credenza sono, citando Platone, gli animali intorno a noi e l’intero mondo della natura e dell’arte, ma siamo sempre all’interno di una credenza, perché l’uomo pensa che la realtà sensibile sia l’unica esistente.

La conoscenza intelligibile si articola in altri due gradi conoscitivi:

  • il pensiero discorsivo (in greco dianoia), in cui l’uomo conosce gli enti puramente intellegibili come i numeri, le figure geometriche e le dimostrazioni matematiche, che rispetto agli oggetti sensibili, possiedono una maggiore universalità e certezza, sono tra il sensibile e il puramente intelligibile. Per studiare il triangolo, noi disegniamo un certo triangolo (oggetto sensibile e particolare) e basiamo il nostro ragionamento su ipotesi provvisorie spesso suggerite dalla figura stessa. Ma la vera conoscenza del triangolo non è data dalla particolare figura disegnata, bensì dall’intuizione astratta dei rapporti necessari che esistono razionalmente per tutti i triangoli possibili. Ciò che si percepisce è subordinato a ciò che si coglie con il ragionamento, ecco perché la matematica prepara all’ultimo grado di conoscenza.
  • L’intellezione (in greco noesis), la visione intuitiva delle idee, il grado più alto nella scala della conoscenza che ha per oggetto il mondo delle idee, ovvero le forme in sé delle cose, il loro essere in sé privo delle imperfezioni del mondo umano, come il bello in sé (l’ideale di bellezza) o il giusto in sé (l’ideale di giustizia). Questi enti puramente intelligibili e universali esistono in un luogo preciso che Platone chiama Iperuranio e che l’anima può conoscere o meglio ricordare solo attraverso un lungo cammino che la porta ad abbandonare il mondo delle apparenze sensibili e a volgere radicalmente lo sguardo dal mondo esterno alla propria interiorità.

Il mondo delle idee per Platone è molto più vero e reale di quello sensibile, segnato dalla molteplicità e dal mutamento, compagni fedeli del tempo che rende gli enti corporei imperfetti, instabili e perituri. L’unico modo per riconoscere loro un principio di intelligibilità è quello di considerarli copie più o meno imperfette che imitano una realtà perfetta, l’idea loro corrispondente. Una città è più o meno giusta in quanto è copia o partecipa dell’essenza universale di giustizia. Sono proprio i diversi gradi di perfezione delle cose terrene a rinviare all’originale e a condurre l’anima insoddisfatta all’idea.

Nel Simposio il conoscere è definito da Socrate una sorta eros intelligibile. Contrariamente all’opinione comune, Eros non è un dio bello, ricco e felice, ma è un demone, un intermediario fra gli dei e gli uomini. Figlio di Poros e Penia ha ereditato dal padre l’astuzia e dalla madre la fame che lo costringono a una continua ricerca.

Eros è l’anima del filosofo che desidera ardentemente ciò che non ha: la conoscenza. La filosofia non è fatta per gli dei, paghi della loro perfezione, ma per l’uomo, insoddisfatto della sua imperfezione.

In realtà per Platone sarebbe più corretto che l’anima anela a una conoscenza che non ha più. L’anima, infatti, prima di incarnarsi in un corpo, era dotata di ali e poteva godere della visione diretta delle idee, poi, però, ha perso la capacità di volare ed è entrata nel tempo, prigioniera di un corpo può conoscere solo attraverso i sensi. Del suo passato conserva una scintilla, il desiderio innato di elevarsi mediante la conoscenza al di sopra del mondo sensibile.

Nel Fedro Platone paragona l’anima a una biga alata trainata da due cavalli alati e un auriga. L’auriga che dirige il cocchio rappresenta la parte razionale, mentre i due cavalli simboleggiano: quello bianco la parte emotiva dell’anima, quello nero la parte concupiscibile. Ciascuno dei due cavalli, seguendo la propria natura, mette in difficoltà l’auriga che ha il difficile compito di tenere la biga in equilibrio mantenendo l’armonia fra tutte le parti. Il cavallo nero, infatti, tira verso il basso, aspirando a ricongiungersi con la terra, il cavallo bianco tira verso l’alto, dove potrà godere della visione delle idee. Così l’auriga, da buon timoniere, dovrà governare la biga cercando di mediare tra le volontà dei due cavalli. Più in alto la biga andrà, più parteciperà della perfezione, ma ci sarà sempre il cavallo nero a ricordarle la sua natura istintuale e desiderativa che non può mettere a tacere e che la trascinerà giù, sulla terra, dove i sensi e le passioni annebbieranno i suoi ricordi. Per cui l’anima è destinata a percorrere e ripercorrere in un ciclo millenario entrambi i mondi e ad anelare in eterno alla perfezione ideale.

Nel VII libro della Repubblica Platone paragona la condizione dell’uomo sulla terra a quella di uno schiavo, prigioniero in una caverna buia insieme ad altri schiavi. Tutti sono legati fin dalla nascita in modo tale da non riuscire a girare la testa e guardarsi le spalle. Così sono costretti a fissare sempre la stessa parete davanti a loro; fuori, alcuni uomini passeggiano davanti all’ingresso della caverna, trasportando degli oggetti sulle spalle, ma gli schiavi non possono vederli, possono solo osservare le ombre proiettate sulla parete che hanno davanti da un grande fuoco, anch’esso fuori dalla caverna. Per questi uomini le ombre sul muro sono l’unica realtà esistente. Non conoscono altro.

Accade però che uno degli schiavi riesce a liberarsi dalle catene, certamente la prima cosa da fare è uscire dalla caverna, fuggire dal buio e andare incontro alla luce del Sole che però abbaglia gli occhi. L’uomo libero è costretto allora a guardare la realtà che lo circonda attraverso lo specchio delle acque e delle superfici levigate, ma quando i suoi occhi si saranno abituati, allora riuscirà a osservare la vera realtà e si renderà conto di aver visto per tutta la vita sole ombre, di aver vissuto una copia imperfetta di una realtà ben più vera. Quell’uomo è riuscito ad andare al di là di ciò che gli occhi umani riescono a vedere. Uscire dalla caverna significa, per Platone, giungere alla conoscenza delle idee eterne e immutabili, significa comprendere che la realtà che viviamo è solo una copia imperfetta e che quello che identifichiamo come giustizia è solo l’ombra di qualcos’altro, non l’idea di giustizia in sé, questa è la passeggiata degli uomini davanti all’ingresso della caverna.

Sapere cosa è la giustizia serve agli uomini per governare bene. L’uomo libero dai ceppi della caverna è il filosofo e la luce abbagliante del Sole è l’idea del Bene, da cui deriva la luce che illumina sia l’Iperuranio che, di riflesso, il mondo sensibile. A questi uomini che hanno visto e sanno spetta la guida della città.

Una città è giusta se tutte le sue parti sono in armonia, così come avviene nell’anima che è in equilibrio quando l’auriga-ragione riesce a mediare fra il cavallo nero-i desideri terreni e il cavallo bianco-le emozioni.

La città è come un uomo in grande e l’uomo è una città in piccolo 

Gli uomini, per Platone, nascono con particolari inclinazioni e ottengono i risultati migliori se si dedicano a ciò verso cui sono naturalmente portati. Ecco perché, in base alla loro natura, rivestiranno nella città il ruolo che più si addice loro. Tre sono i ruoli, tre sono le parti cittadine, tre le parti dell’anima umana:

  • i lavoratori, che avendo interessi di parte occupano il gradino più basso;
  • i guerrieri, cui spetta la difesa della città;
  • i custodi, i migliori non per ricchezza o stirpe, ma per virtù e saggezza, che hanno l’arduo compito di governare lo Stato.

Platone è ben consapevole di quanto sia difficile proporre un modello di Stato e di politica fondato sulla ragione a uomini dominati dalle passioni.

Sapete che fine ha fatto quell’uomo che si è liberato dalle catene ed è stato avvolto dalla luce della vera realtà? Beh, quell’uomo è tornato indietro nella caverna e ha tentato di far comprendere agli altri prigionieri che oltre le ombre c’era il mondo fuori.

Deriso? Forse ucciso come Socrate? L’epilogo non è importante perché il filosofo ha visto l’idea di Bene e di Giustizia e non può non condividere il suo sapere affinché sia comunque guida all’azione politica e alla formazione di una classe dirigente illuminata dalla conoscenza.

Eliana Macrì

 

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