Paolo Villaggio è morto, niente più fantozzi

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Paolo Villaggio è morto. Lo ha fatto a 84 anni e dopo avere recitato con Fellini, Olmi e Monicelli. Una delle ultime maschere italiane se ne va e nella nostra ora di buco a scuola lo ricorderemo imitando la sua voce, pensando alla figlia Mariangela e alla povera moglie sempre al suo fianco.
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Paolo Villaggio nei panni del ragionier Ugo Fantozzi.

C’è una generazione, quella precedente, che è stata molto vicina al ragioniere Ugo Fantozzi, matricola 1000/1 bis. Dieci film con Paolo Villaggio di ironia pungente che raccontano un’Italia sempre attuale, quella della sfiga, dello stipendio a fine mese, del capo che maltratta i suoi dipendenti, del matrimonio mandato all’aria per la crisi di mezza età.

A scuola spesso viene fatto vedere ai ragazzi un celebre film del 1992, Io speriamo che me la cavo diretto da Lina Wertmüller, tratto dall’omonimo libro di Marcello D’Orta. Eccolo, il film dell’infanzia che racconta del maestro Sperelli spedito in una scuola derelitta con alunni storti e poveri.

Sperelli si occuperà di questi ragazzini, in tutto e per tutto, come potrete dedurre dal video che segue:

Sperelli/Villaggio è costretto a raccattare i suoi alunni per strada per riportarli in classe, corregge le loro volgarità, instaura un rapporto d’amore con loro non senza una serie di scivoloni che rendono il film leggero – anche se leggero non lo è, piuttosto un film tenero, quello sì – chi ha già insegnato comprende che classi come questa, alla lunga, sono le classi migliori.

Quelle con i piccoli delinquenti e gli apparenti menefreghisti all’interno sono le classi che si rilevano “pensanti”, fuori dagli schemi, ancora salve perché sfuggite al sistema del copia/incolla, dell’impara a memoria, le classi dove ci si pongono ancora delle domande.

Molti sono diventati insegnanti vedendo questo film o semplicemente hanno scelto di esserlo. Per cui il nostro ultimo pensiero per Paolo Villaggio va a questo film, piccola grande fotografia delle difficoltà di essere insegnante in classi apparentemente senza bocca e orecchie, ma che sono le classi che affrontate almeno una volta nella carriera, ti rendono degno di essere chiamato insegnante.

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