Gli studenti e la letteratura social: se i grandi scrittori fossero vissuti negli anni 2000

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Se la letteratura social avesse un logo, potrebbe essere questo.
Viaggio semiserio nella letteratura al tempo dei social. Prendetevi due minuti di tempo per sorridere, riflettere e poi postare le vostre sensazioni su Facebook.

Eccola la letteratura social – Gli alunni di oggi l’hanno vissuta appena, neanche se la ricordano la vita prima che arrivassero i cellulari, internet e Facebook. Queste novità che si collocano nel tempo come la scoperta del fuoco o della ruota, magari dell’elettricità. Un boom di tweet, share, like che misurano il nostro benessere, il nostro malessere. Per loro la vita è sempre stata social, così non riescono a immaginare come i grandi del passato abbiano potuto farne a meno. Proprio non ci riescono.

Chissà il giovane Werther quanti post avrebbe pubblicato pensando alla sua Lotte. E quanti “Mi Piace”:

“Oh, cari! In questa incertezza mi smarrisco, e tuttavia è questo il mio conforto; che forse essa si è voltata per cercar me! Forse. #amore #latuainvidiaèlamiaforza”

Certamente, avrebbe fatto un live sui social prima di suicidarsi. Ah, la letteratura, così retrograda. Aggiungi un iPhone da qualche parte, un iPad e tutto risulta più interessante. Ne “Il nome della rosa” Guglielmo e Adso si sarebbero chiesti che cosa significasse questa teoria “del primo e del settimo dei quattro”. Si sarebbero detti: “Ma che caspita significa?” e senza sforzo avrebbero chiesto a Google.

Ma chi è Google? Di che cosa è fatto? Nessuno lo ha mai visto, tutti ne sentono parlare e tuttiSocial dipendente ne parlano anche indirettamente. Insomma Google è Dio. Un Dio sfortunato, perché arrivato in ritardo – se solo si fosse fatto conoscere prima, magari durante l’Impero romano, oggi parleremmo di Googlenesimo; suo figlio, Maps che sa sempre quale strada percorrere, sarebbe stato crocifisso e il suo verbo sarebbe stato tramandato attraverso Whatsapp.

E ancora, la bomba atomica sarebbe stata solo un virus, un cavallo di troia che mangia i desktop del mondo. Primo Levi avrebbe scritto “Se questo è social”, ovviamente dopo essere stato privato di tutti i profili e le password sul web. Ne “La metamorfosi” Kafka avrebbe raccontato di come su Facebook si trasformano – migrano, se preferite – i profili in pagine.

D’Annunzio e il suo Andrea Sperelli avrebbero bazzicato su Badoo alla ricerca di femmine e Pirandello si sarebbe fatto più di un contatto sui social, uno col nome Mattia Pascal e un altro con Adriano Meis, che se lo avesse scoperto la polizia postale gli avrebbe fatto pelo e contropelo.

Hemingway avrebbe avuto qualche problema a scrivere in 140 caratteri, certamente il vecchio avrebbe ordinato il pesce che arriva dalla Cina, costa di meno e chissenefrega della qualità. Oscar Wilde sarebbe apparso su Instagram con colori sgargianti e un po’ di photoshop e una didascalia inevitabile:

“C’è un po’ di Dorian in me, è vero? #friends #love #beautiful #capelliappenafatti”.

Bulgakov avrebbe capito che le serie tv rendono di più e “Il Maestro è Margherita” sarebbe diventata una sorta di “Penny Dreadful” con Eva Green che fa Margherita e Timothy Dalton che fa il diavolaccio. Bram Stoker, piuttosto che un romanzo, avrebbe creato un gioco per la Playstation 4 con la possibilità di condividere ogni miglioramento del suo Dracula su Google Plus. “Guarda come succhia”, avrebbe scritto in un sms a un amico. E ancora, Stevenson avrebbe fatto il reporter sulla Costa Concordia. Edgar Allan Poe avrebbe preferito la carriera canora, stile Marilyn Manson perché i video che gli arrivano sul nuovo Samsung dal portale Vevo sono fighissimi.

E potremmo continuare all’infinito. È un’evoluzione all’infinito, destinati al collasso. Non puoi non rendertene conto, quando un giovane qualunque – anche io, qualche volta – trova faticoso leggere una pagina in più. Perché è più comodo scorrere le dita sul mouse o provare il tiro giusto a Fifa 16. Quando comprendi che le notizie sui telegiornali vengono fatte cellulari alla mano, i servizi sono arricchiti da video che le vittime stesse hanno fatto in quel momento.

Quando una città va a fuoco e c’è chi trova il tempo di farsi i selfie con le fiamme alle spalle. Quando i partiti politici si votano attraverso il consenso digitale e quando le sensazioni, le tue fottute emozioni, quelle private, necessitano di andare sulla home del tuo social network. Che non è più soltanto questo. Ma la home della tua vita. La home. La tua casa, la tua anima.

Così ti esponi, sai che ti stai facendo del male. Ma come per l’eroina, non puoi farne a meno. Poi ci saranno quelli che giudicheranno. Quelli che condividono la notizia e quelli che prontamente criticano quegli altri che l’hanno condivisa. Questa è la vita infernale degli anni duemila. E non basta cliccare CTRL+Z. Non si torna indietro. Ma questo è solo il mio pensiero. Volevo soltanto pubblicarlo su Facebook. E mi raccomando, cliccate mi piace e condividetelo sui social. Che ve lo dico a fare.

Gualtiero Sanfilippo

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Questo post è stato pubblicato dalla rivista letteraria Kayros. 

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