La Metafisica di Aristotele e il problema dell’essere

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Tutti gli uomini tendono per natura al sapere. Questo è l’inizio della Metafisica, un’opera in quattordici libri scritta dal filosofo Aristotele. Un incipit scolpito nella storia del pensiero e delle arti dello spirito umano che anela alla sua perfezione. E poiché la perfezione per l’uomo è la conoscenza, noi uomini per natura desideriamo conoscere.

Allievo di Platone, Aristotele studiò per vent’anni all’Accademia che lasciò solo dopo la morte del maestro, nonostante i contrasti con gli altri discepoli, di cui non condivideva il grande interesse per la matematica e a cui sostituirà il grande interesse per la natura e il mondo dei viventi.

Figlio di medico, il filosofo di Stagira non incarna la tensione ideale propria del maestro, ma la ricerca volta a comprendere questo mondo, una ricerca che rinuncia a modelli ideali ultraterreni e che trova nella natura stessa, accessibile attraverso l’osservazione e l’esperienza, una base sufficiente per la conoscenza e la condotta morale.

Perfino di quegli esseri che non presentano attrattive sensibili, tuttavia, a livello dell’osservazione scientifica, la natura che li ha foggiati offre grandissimi gioie a chi sappia comprenderne le cause, cioè sia autenticamente filosofo.

(Sulle parti degli animali)

Aristotele è il padre della scienza del mondo dei viventi, a cui applica il metodo della ricerca delle cause. E sarà proprio il grande lavoro di osservazione e catalogazione a condurre il maestro di coloro che sanno – così Dante lo definisce nel Convivio – al finalismo della natura. Come ripete spesso lo Stagirita la natura non fa nulla invano. Il fine a cui ogni processo tende è la realizzazione di una certa forma, quella che ne rappresenta l’essenza costitutiva, la natura più profonda e nel caso dell’uomo è la conoscenza.

Con la lente dello scienziato Aristotele mette ordine nella grande stanza del sapere, classificando le diverse scienze con i linguaggi specialistici ancora oggi in uso. Il termine metafisica, però, non è aristotelico, con ogni probabilità risale al I secolo a. C., quando il filosofo peripatetico Andronico di Rodi, conosciuto anche come l’editore di Aristotele, catalogò tutti gli scritti che per ben 200 anni rimasero nascosti nella città di Scepsi, in Asia Minore. Si tratta di appunti per le lezioni che Aristotele camminando teneva nel suo Liceo. Proprio da queste passeggiate derivano l’appellativo di peripatetico dato al maestro e ai suoi discepoli, e un gran numero di trattati, le cosiddette opere esoteriche, destinate a essere lette solo all’interno della scuola. Aristotele scrisse anche opere divulgative, alcune perfino nella forma di dialoghi tanto cara al maestro, ma queste opere, dette essoteriche, ebbero vita breve oltre i cancelli della scuola.

Ebbene il termine metafisica indicava proprio i libri che nell’ordine si trovavano dopo quelli di fisica; accanto, nella biblioteca aristotelica, troviamo gli scritti di logica – anche questo termine non aristotelico – di etica e politica, di poetica e retorica. La grandezza del lavoro aristotelico sta proprio nell’avere trattato ogni aspetto di un sapere che trova la sua unitarietà nell’uomo.

Che la si chiami metafisica o filosofia prima sulla scia del nostro maestro, in ogni caso ci riferiamo all’indagine intorno alle cause ultime della realtà, o come afferma Aristotele stesso nel VI libro, alla scienza dell’essere in quanto essere. Tutte le altre scienze potranno essere più utili di essa, ma nessuna le sarà superiore, in quanto è la forma più libera di conoscenza:

Noi non cerchiamo questo sapere per nessun altro uso, ma come dell’uomo diciamo che è libero quando esiste per sé stesso e non per un altro uomo, così cerchiamo questa scienza come quella che è l’unica tra le scienze a essere libera, perché è l’unica che ha come fine se stessa.

(Metafisica, I libro)

Ma se la metafisica studia l’essere, dobbiamo chiederci cos’è l’essere. Oggi riscoprire il senso della domanda intorno all’essere può sembrare un tantino complicato, d’altronde lo sarà stato per Heidegger, filosofo del Novecento, che ha rispolverato la domanda sull’essere distinguendolo innanzitutto dagli enti. L’essere non coincide con i singoli enti che esistono, né tantomeno con l’uomo anche se è proprio da lui che dobbiamo partire perché è l’unico ente che si pone il problema dell’essere. Per Heidegger la confusione fra essere ed ente è stata generata dai progressi della tecnica che hanno gettato nel dimenticatoio la domanda intorno all’essere. Beh ci piace pensare che per Aristotele non deve essere stato così difficile e soprattutto che proprio lui possa essere il nostro lanternino in un’epoca di grande tecnica ma anche di grande confusione.

Secondo il nostro filosofo è possibile definire l’essere in molteplici modi, tra questi, quattro sono quelli fondamentali per cui “ogni cosa che è” esiste e può essere conosciuta:

  • le categorie;
  • l’accidente;
  • la potenza e l’atto;
  • il vero e il falso.

I molti significati dell’essere sono accomunati dal fatto che si riferiscono tutti alla sostanza, ciò che permane e che permette il divenire e il movimento. Tutto, afferma Aristotele, o è sostanza o si riferisce ad essa. La sostanza come significato unico garantisce l’unità della scienza che studia l’essere, cioè la filosofia prima.

Premesso che dalla ricerca sono esclusi l’accidente, in quanto di ciò che non accade con regolarità e generalità non vi può essere scienza, e il vero e il falso, perché sono proprietà del nostro pensiero che afferma e nega ma non delle cose che prese in sé non sono né vere né false, analizziamo i singoli significati.

L’essere secondo le categorie

Immaginate di dovere sistemare la vostra camera: sicuramente comincerete con il raggruppare i libri con i libri, le penne con le penne e i vestiti con i vestiti, poi sistemerete i libri nella libreria, le penne nel portapenne, i vestiti nell’armadio, i calzini in un cassetto diverso da quello dei maglioni e così via. La nostra mente opera nello stesso identico modo. Un po’ come giocare con gli amici a indovinare un oggetto scelto dal gruppo mentre il malcapitato si tappa le orecchie. La prima cosa che farà sarà quella di cercare di capire la categoria a cui appartiene l’oggetto da indovinare.

Nel suo mettere ordine nella grande stanza della natura, Aristotele individua dieci categorie, che sono le caratteristiche fondamentali e strutturali dell’essere:

  • la sostanza (Pipa è Pipa);
  • la quantità (Pipa pesa più di venti chili);
  • la qualità (Pipa è piena di rughe);
  • la relazione (Pipa è più grossa della sua mamma);
  • il luogo (Pipa è sul divano);
  • il tempo (Pipa vive nel XXI secolo);
  • la posizione (Pipa è distesa);
  • la condizione (Pipa dorme);
  • l’azione (Pipa scodinzola);
  • la passione (Pipa viene accarezzata).

Di tutte le categorie la più importante è la sostanza, perché è ciò che rimane tolti tutti gli attributi che una cosa può avere o non avere e che Aristotele chiama appunto accidenti. Sostanza è la natura determinata e necessaria di ciascuna cosa. Nello scritto di logica Categorie, Aristotele distingue fra sostanza seconda e sostanza in senso primario. Le sostanze seconde sono quelle determinazioni o predicati che si dicono di un soggetto e che coincidono con i generi come “animale” e le specie come “cane”: nella proposizione Pipa è un cane, “cane” è sostanza seconda. Sostanze prime sono, invece, tutti i soggetti di cui si dicono tutte le sostanze seconde, ad esempio un determinato cane “Pipa”.  È importante precisare che per Aristotele le categorie hanno un duplice significato che riguarda sia il piano ontologico della realtà che quello logico del linguaggio, in quanto sono sia i generi sommi a cui è possibile ricondurre tutti i diversi enti che esistono sia i generi sommi dei predicati delle proposizioni. Per il nostro maestro, infatti, esiste un rapporto necessario tra le forme del pensiero studiate dalla logica e le forme della realtà studiate dalla metafisica.

L’essere secondo la potenza e l’atto

Ogni sostanza fisica per Aristotele è un sinolo, un composto di materia e forma, inseparabili proprio come l’anima e il corpo. Materia e forma non sono due cose diverse ma due aspetti fondamentali di ogni cosa del mondo. La forma è l’essenza di una cosa, esprime il suo “che cos’è”, la sua definizione e coincide con la realizzazione compiuta di un ente, con il fine per cui esiste. Nella materia è sempre insita la possibilità di raggiungere una forma precisa, ecco che il fisico Aristotele spiega ogni mutamento in natura come un passaggio, una trasformazione dalla potenza all’atto. Immaginiamo di entrare nella bottega di un falegname e di vederlo intento a intagliare un enorme tronco di legno, come se ogni colpo di scalpello cercasse qualcosa in quella materia informe. Giorni dopo, tornando alla bottega troveremo al posto del tronco di legno un tavolo. Ecco cosa cercava il falegname. In qualche modo lo aveva già visto nel legno, aveva visto che quel legno aveva la possibilità di trasformarsi in un tavolo. Come un pianista vede in un pianoforte non un insieme di tasti bianchi e neri ma la melodia che da essi uscirà o un pittore in una tela il dipinto che diventerà.

La materia e la forma trovano il loro punto di equilibrio nella loro unione, nel sinolo che non è più soltanto materia o forma, ma materia e forma, potenza e atto, e diventando atto realizza la sua perfezione, il fine stesso della sua esistenza.

Non è un caso che nel tempio della saggezza di Raffaello Sanzio, l’universo armonico del sapere trova il suo punto di equilibrio in Platone e Aristotele, il primo con il dito verso il cielo, il secondo verso la terra. Il punto di fuga cattura lo sguardo dello spettatore, proprio lì tra i due grandi pensatori, tra il cielo e la terra, quasi a indicare che forse sì, si possono conciliare. Il divino e il terreno che nell’uomo si sfiorano e che attraverso la scala dei viventi, conducono Aristotele al primo motore immobile, l’’ultimo dei significati della filosofia prima trattato nel XII libro. Così come il desiderio di conoscenza ha condotto Dante nella profonda e chiara sussistenza dell’alto lume.

Tutto si muove per raggiungere la propria perfezione, così ogni singolo vivente così l’uomo così la sfera delle stelle fisse che non potendo riprodurre in pieno la condizione d’immobilità del primo motore, compie il moto più simile alla quiete, quello circolare uniforme, identico in ogni istante a se stesso. Le stelle sono mosse dal primo immobile, proprio come l’oggetto d’amore muove l’amante. Il finalismo della natura conduce al primo motore, vita senza materia, atto senza potenza, puro pensiero che pensa se stesso, Dio.

Il desiderio di conoscenza del viaggiatore è stato placato nell’armonia universale divina.

[…] ma già volgeva il mio disio e ‘l velle,

sì come rota ch’igualmente è mossa,

l’amor che move il sole e l’altre stelle.

(Paradiso, XXXIII canto)

Eliana Macrì

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