La mafia e la scuola, Giorgio D’Amato: il professore che fa studiare i killer

Vota il post

19 luglio, 25 anni dopo le stragi. Il punto della situazione dello storico della mafia Giorgio D’Amato sul ruolo della scuola nella lotta contro la criminalità.

La mafia e la scuola. Fattori che si influenzano continuamente, l’uno condiziona l’altro, l’uno riduce o aumenta lo spazio d’azione dell’altro. Più delle forze dell’ordine, più della magistratura, la scuola ha il potere di fare male alla mafia.

Giorgio-damato
Giorgio D’Amato, scrittore e storico della mafia siciliano.

Come una partita a Risiko, mafia e scuola si dividono i territori sulla mappa. I professori e gli

assassini si incontrano spesso per mettere una bandierina sulla Kamčatka o in Congo, potremmo fare lo stesso paragone con i quartieri calabresi, quelli siciliani o campani. Non che nelle altre regioni la mafia non ci sia, attenzione, la mafia assume la forma dello spazio che gli viene concesso, come un liquido o un essere senza ossa si infila tra le fessure a disposizione.

Siamo tutti mafiosi quando semplicemente assumiamo quell’atteggiamento lì, per questo la mafia è una questione di educazione, è una scelta esercitata ogni giorno e non bisogna demordere se si vuole avere la meglio. A scuola non bisogna evitarla, bisogna studiare per conoscerla in tutti i suoi aspetti e le sue forme. Giorgio D’Amato, professore e autore del libro L’estate che sparavano, ha un’idea:

A scuola si parla spesso di mafia, ma nel modo sbagliato. Viene posta grande enfasi su termini quali legalità, trasparenza, onestà. Vengono accesi lumini sotto le foto di Borsellino e Falcone. I ragazzi sono stufi di questa retorica, la ritengono noiosa. Io, nei miei interventi, faccio sentire le voci di killer e capimandamento (radio radicale offre l’audio di tante udienze dei maxiprocessi), mostro foto di giornali, verbali, sentenze. Quello che bisogna fare è cominciare un percorso documentale.

Così si conosce il nemico, così lo si batte. Un percorso documentale come quello che Giorgio D’Amato fa fare ai suoi alunni di Palermo, li porta alla biblioteca regionale a leggere i giornali dell’epoca, poi li fa camminare nei luoghi dei delitti più o meno celebri, li manda a intervistare amici di mafiosi, mafiosi stessi e testimoni degli omicidi. Gli fa studiare la mafia come si studiano gli animali allo zoo, solo che Giorgio D’Amato apre la gabbia e chiede ai suoi alunni di infilare dentro una mano. Il risultato è zero retorica, ma autentica conoscenza del fenomeno così com’è e non come viene raccontato da altri. Come prepararsi allora, ci sono dei libri che andrebbero letti?

Non amo quelli di stampo giornalistico, preferisco le narrazioni che rendono la temperatura di un momento, che ti permettono di sentire l’odore della polvere da sparo. “Il giorno della civetta” rimane insuperato.

Sciascia sul comodino e la consapevolezza che non basta affidarsi ai cosiddetti “professionisti dell’antimafia”, a proposito cosa è antimafia?

Non lo so, il termine antimafia è ambizioso. Dovrebbe includere sia la caccia ai delinquenti che l’offerta di posti di lavoro per sottrarre alla manovalanza sporca tanti che non riescono a sopravvivere di lavoro “pulito”. La parola “antimafia” è stata sporcata da tanti cattivi esempi. L’unica forma reale di antimafia mi pare quella che viene portata avanti nelle scuole, a patto di non alzare le bandiere della legalità e di altri termini astratti.

E quindi si torna a parlare di scuola, di questo luogo che è un fluire di crescita, di idee, la scuola è una società in piccolo e anche lì c’è la persona perbene e il mafioso. Scuola che per come viene descritta sembra avere una grandissima responsabilità, ma fa davvero abbastanza per vincere questa guerra? Che poi è la guerra più antica di sempre: bene contro male.

La scuola fa tanto e non sempre con buoni esiti. Tanti insegnanti che si elevano a paladini dell’antimafia finiscono per proporre progetti che raggiungono obiettivi opposti a quelli prefissati: la noia dell’antimafia (che certe volte a sentire alcune insegnanti vorresti un killer di Cosa Nostra a porre fine allo strazio).

Per cui, occhio. La scuola sembra essere anche il maggior nemico di se stessa. Ha tutti gli strumenti utili per difendersi e allo stesso tempo farsi del male – quando sono i professori a sparare –  e se poi pensiamo alla frase di Bufalino che ci rassicura dicendoci che la mafia verrà sconfitta da “un esercito di maestre elementari”…

La citazione è verissima, conosco maestre elementari che non si spaventano di niente, che hanno portato i loro alunni nel corso Umberto di Bagheria a manifestare contro Cosa Nostra. Una in particolare, Luigina Perricone.

giorgio-d'amato
“Ni ficiru i scarpi”, a Bagheria sfilano cittadini che interpretano le vittime di mafia.

Noi non conosciamo Luigina Perricone, ma corso Umberto di Bagheria sì. Le manifestazioni contro Cosa Nostra sono tante, alcune di queste sono sterili, non quella di Ni ficiru i scarpi (ci hanno fatto le scarpe, ndr) che sempre a Bagheria ha visto sfilare giovani e anziani vestiti di bianco, impersonando le vittime di mafia. Spesso questo gruppo di persone ha incontrato dei mafiosi e allora la recita si è fatta più intensa. Nessuna strage però è accaduta, quindi ne parlano in pochi. A proposito delle stragi, una cosa è certa, c’è un’altra mafia da conoscere e pare abbia il colletto bianco.

 

 

Nell’immaginario collettivo purtroppo la mafia è solo in certi quartieri: a Palermo, per esempio è al Borgo Vecchio o allo Zen; i suoi componenti sono quelli che usano un dialetto stretto e strascicato. Non se ne può più. Di film e fiction la responsabilità. Cominciamo ad ambientare le fiction in viale Strasburgo, mettiamo tra i protagonisti persone che parlano un italiano senza inflessioni dialettali. Ecco, sarebbe un gran passo avanti.

In Sicilia, tra i ragazzi in certe scuole, la peggiore offesa non è figlio di puttana, la peggiore offesa è pentito.

Tanti studenti sono ancora convinti, per retaggio culturale, che la mafia faccia “mangiare”. Poco importa il costo del cibo offerto da Cosa Nostra. Bisogna sottolineare il costo del cibo proposto: quando Cosa Nostra ti fa un favore, poi te lo chiede indietro, e non si può dire di no. Ma con la mafia si può vincere lavorando con gli studenti nelle fasi fondamentali della loro formazione, trasformandoli in cittadini attivi dal senso critico spiccato. Sino ai sedici anni. Poi l’imprinting si può considerare realizzato, le probabilità di incidere in una forma mentis che riflette la mafiosità diffusa, sono veramente basse.

E su Borsellino, ucciso 25 anni fa, Giorgio D’Amato parla senza giri di parole:

Borsellino riuscì a far collaborare un uomo di Cosa Nostra, Vincenzo Sinagra ‘ndlì. Di lui disse “É cambiato. Era una belva ed è diventato un essere umano”. Certi uomini sanno trovare le parole giuste. Senza scomodare termini vuoti, astratti.

Giorgio D’Amato è autore di un libro che si chiama L’estate che sparavano. All’interno del romanzo racconta dell’estate del 1982, un periodo difficile per la Sicilia e strategico per decifrare gli equilibri della storia della mafia. Laprofessoressa.it ne consiglia l’acquisto su Amazon.

Gualtiero Sanfilippo

Adesso leggi l’ultimo discorso di Paolo Borsellino, clicca qui.

Se avete trovato utile questo post, fate un favore alla professoressa. Condividete e lasciate un piccolo mi piace sulla nostra pagina. 

Questo sito sfrutta uno spazio web acquistato su Siteground, se vuoi fare lo stesso clicca su questo link in modo tale da poterlo acquistare anche tu al 50% di sconto perché raccomandato da noi.