Cellulare in classe, il rischio di finire su Facebook o Instagram

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Il cellulare in classe, i professori divisi sulla scelta di utilizzare lo smartphone come ausilio all’apprendimento. Il punto della situazione. 

Cellulare o non cellulare? I professori negli ultimi mesi (e in realtà negli ultimi anni) si sono mostrati divisi sulla possibilità di permettere l’utilizzo dello smartphone ai propri studenti in classe. Chi può assicurare che questa generazione – sempre più multitask – possa utilizzare il proprio iPhone o simile solo ed esclusivamente per prendere appunti o approfondire un argomento senza finire poi su Facebook per controllare le notifiche o su WhatsApp per verificare che il fidanzato/a di turno abbia scritto.

Davvero un campo minato questo su cui muoversi, una rivoluzione che premia la tecnologia e l’innovazione, ma sembra entrare a gamba tesa sulla tradizione e i vecchi metodi di studio che erano tanto efficaci per noi che ci ricordiamo a memoria passi della letteratura e dell’epica, ma che oggi sembrano non andare più d’accordo con una generazione che apprende per immagini, stimoli che frizzano alla velocità della luce attraverso YouTube e Instagram.

Per il Miur è “solo uno strumento in più in linea con l’educazione digitale”. La direzione sembra abbastanza chiara, lo smartphone è ormai l’estensione dell’attuale generazione, in uno schermo poco più grande della nostra mano c’è tutta la nostra vita: quella sociale su Facebook, quella professionale su Linkedin. Bisogna tenerne conto, per questo il ministro dell’Istruzione Valeria Fedeli ha già anticipato che ci sarà un gruppo di lavoro che a settembre si riunirà per fornire le linee guida per l’utilizzo del cellulare in classe.

In effetti “cellulare” è la parola sbagliata, qui parliamo di smartphone e tablet, con questi non si faranno telefonate, ma si effettueranno ricerche sul web, magari si vedranno documentari sulle piattaforme video e certamente si prenderanno appunti (chi scriverà sul touch e chi userà i comandi vocali). E ovviamente molti professori non saranno felici, certi alunni con la testa china sul proprio smartphone si perderanno il meglio del carisma messo al loro servizio, ma in effetti forse è sempre stato così, certi alunni la testa china la tengono sempre, che sia sul quaderno o su uno schermo digitale.

Eppure nel 2007, il ministro Beppe Fioroni mandò al confino i telefonini considerati solo un elemento di distrazione e una mancanza di rispetto per i docenti. 2007-2017, dieci anni ed ecco il cambiamento, una rivoluzione del metodo che apre all’educazione digitale. Ma è davvero complicato stabilire chi ha ragione e chi no e quale sia la cosa giusta. Forse la domanda che ci poniamo è già superata, forse ci siamo già dentro. Però, certo, questo passo mette in discussione tante cose: chi ancora impedisce al proprio figlio di 5-6 anni di avere un cellulare come dovrà comportarsi per rispondere “presente” a questa educazione digitale, se alle elementari sarà una possibilità utilizzare lo smartphone, magari anche un requisito un giorno, chi lo sa.

Abbiamo passato gli ultimi anni a difenderci dalle foto scattate dagli alunni e dai video postati su Instagram, a coinvolgere la polizia postale nei casi di utilizzo erroneo del cellulare (i giornali sono pieni di cronaca legata a questo argomento) e tutto d’un tratto lo smartphone diventa il migliore amico della scuola.

Ed ecco che torniamo al discorso classico ma autentico, che è la scuola il trampolino di lancio della nostra vita, qualsiasi cambiamento, qualsiasi rivoluzione nasce da lì. Davvero complicato esprimere un parere, una cosa è certa: il futuro non aspetta i contraddittori.

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