Empedocle, amore e odio contro nelle due vie del destino

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Amore e odio contro, ancora una volta. Le due grandi forze cosmiche e le due vie del destino

È la storia più antica di sempre. Amore e odio contro, ancora una volta. Le forze cosmiche più grandi su cui si regge il mondo intero. Fin dalla notte dei tempi, prima ancora che ci fosse la luce, loro c’erano. Dal mare o dal fango, poco importa, l’uomo nasce e prova amore: amore per la terra, per tutto quello che lo circonda, anche per i sentimenti che cerca di nascondere come la paura o l’odio stesso.

L’uomo ha bisogno dell’amore per rispondere all’odio perché soltanto amandolo potrà trattenerlo dentro di sé e ha bisogno dell’odio per odiare l’amore quando sembra assente per trascinarlo ancora una volta fuori di sé. Tra amore e odio è una continua incomprensione, se fossero colori sarebbero il bianco e il nero.

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Le due vie del destino – The Railway Man (The Railway Man) è un film del 2013 diretto da Jonathan Teplitzky con protagonisti Colin Firth e Nicole Kidman.

Potrebbero essere Le due vie del destino di Eric Lomax – ufficiale britannico catturato a Singapore, durante la Seconda guerra mondiale, dai giapponesi e mandato in un campo di prigionia dove è costretto a lavorare per la costruzione della “Ferrovia della morte” – davanti a  Takashi Nagase, giovane ufficiale giapponese responsabile delle torture inflittegli. Due uomini, l’uno di fronte all’altro, divisi da una ferrovia, un ponte che doveva collegare la Thailandia alla Birmania, 415 chilometri di sangue e carne umana, quella dei prigionieri di guerra ridotti in schiavitù dalla polizia imperiale giapponese, quella di Eric Lomax, sopravvissuto alla crudeltà della guerra, ma tormentato dal suo ricordo.

Un dolore così profondo che soffoca ogni parola, che divora l’uomo e di fronte al quale non ci possono essere vincitori, ma solo una storia da raccontare, un romanzo autobiografico The Railway Man, che il regista Jonathan Teplitzky ripropone nel film Le due vie del destino del 2013. Il peso della memoria costringe Eric a un silenzioso procedere per le strade della sua vita e al lungo ascoltare della moglie, custode di un fuoco che non arde più, di cui restano solo le braci che lentamente si consumano, ma che per sempre conserveranno la memoria di quel fuoco. Non importano le parole dette o pensate, è con la nostra esistenza che rispondiamo alle domande che la vita ci pone e ad Eric sono due le vie che la vita mostra: bruciare fra le fiamme della vendetta e appagare l’odio o abbracciare il perdono? Rispondere all’odio con l’odio o amandolo?

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Per il filosofo di Agrigento Empedocle tutto ciò che esiste ha quattro radici (in greco rizomata), qualitativamente immutabili ma che si combinano nelle cose in quantità differenti, e sono terra, aria, acqua e fuoco. Queste radici sono vivificate da due forze opposte, due principi universali che governano la trasformazione di tutte le cose: l’amore (in greco philia) che è una forza attrattiva, di unione e l’odio (in greco neikos) che è la forza che separa, di repulsione.

Senza queste due forze e la loro perenne lotta, il mondo, così come lo conosciamo, non esisterebbe affatto. Amore e odio tendono, infatti, a sopraffarsi a vicenda e il loro conflitto determina lo sviluppo ciclico delle cose, dall’unità originaria alla disgregazione nella molteplicità al ritorno all’uno. L’opposizione uno-molti viene trasferita da Empedocle dal piano atemporale del pensiero a quello storico e temporale della natura e del suo divenire come il nostro regista Teplitzky trasforma in immagini e parole la lotta fra passato e presente, fra amore e odio che governa la vita stessa del protagonista, mostrando tutto il fardello della memoria e il valore della dignità umana.

Secondo Empedocle in origine non esisteva altro che lo Sfero, in cui gli elementi, tenuti insieme dall’Amore, sono così strettamente congiunti, che tutto è ridotto a un’unità indifferenziata. Non vi sono né terra, né mare, né luce, né buio, solo l’Amore che gode di se stesso. Poi subentra l’Odio e la perfetta unità comincia a sgretolarsi, come la mente di Eric trascinata dai ricordi in un pozzo di disperazione e angoscia da cui sembra impossibile risalire. L’Odio avanza e l’Amore indietreggia, si nasconde dietro una tenda e osserva con gli occhi di Patti, la moglie di Lomax.

Per il filosofo agrigentino nasce così il mondo, come equilibrio fra l’odio che avanza e l’amore che si ritira, un equilibrio precario che nella narrazione del regista innalza un muro di silenzio, come se fosse possibile dimenticare, tacendo, il proprio passato che s’infrange di fronte la notizia che l’ufficiale giapponese è ancora vivo ed è tornato sul luogo dei suoi delitti come guida turistica.

Lo stesso silenzio che consuma per quarantuno anni Henrik, il protagonista del romanzo Le braci di Sandor Marai, all’interno della sua casa, un mausoleo eretto alla memoria, al ricordo di una passione, un’amicizia che ha logorato il protagonista in attesa di un incontro, una rivincita, una risposta che il lungo tempo trascorso non ha sbiadito, una domanda tenuta in vita dalla memoria di Henrik a cui solo l’amico Konrad può rispondere. Due amici, due uomini uniti da un profondo legame che una donna ha diviso e che adesso si trovano l’uno di fronte all’altro, in attesa. Poi il tempo uscì da quella stanza, baciò Henrik attraverso le labbra della balia Nina, lasciando i due vecchi amici al silenzio della loro solitudine.

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Anche Lomax dovrà prendere di petto il proprio passato e incontrare l’ufficiale giapponese. Quando l’odio ha completamente disgregato il mondo così come noi lo conosciamo gettandoci nel caos e nel silenzio della nostra solitudine, allora l’Amore farà nuovamente ritorno raccogliendo i pezzi sparsi nell’universo e ricreando lo Sfero da cui, per Empedocle, avrà inizio un nuovo ciclo. Eric dovrà raccogliere i pezzi sparsi della sua anima, ripercorrere il suo dolore attraverso gli occhi di Takashi. Due soldati, due uomini che porteranno sempre l’odore della guerra addosso, uniti da un profondo legame che una ferrovia ha diviso e che adesso si trovano l’uno di fronte all’altro, in attesa. Poi il tempo uscì da quella stanza, non è più colpevole, almeno per un po’.

Eliana Macrì

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