Agostino e le Confessioni: un percorso lungo tutta una vita

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“Inquieto è il nostro cuore finché non trova riposo in te, Signore”, scrive Agostino nel I libro delle Confessioni, una preghiera lunga tredici volumi, una ricerca lunga tutta una vita. La vita di un uomo nato a Tagaste nel 354 d. C. e avviato alla carriera retorica nell’epoca del tardo impero, quando l’editto dell’Imperatore Teodosio aveva consacrato il Cristianesimo religione ufficiale dell’Impero Romano e ad essere perseguitati non erano più i cristiani. La vita di un uomo che brancola nell’inquietudine del suo cuore, nella mancanza e nel desiderio di una verità che dia un senso e una direzione al suo stesso vivere. La vita di un viator che cerca e brama con tutto il suo essere, anima e corpo, mente e cuore, intelligenza e volontà, un verità che sia anche felicità. La vita di un filosofo in cerca del suo oggetto d’amore, perché senza amore non vi può essere conoscenza.

L’amore è il motore fondamentale di ogni conoscenza, si cerca per trovare ciò che si ama e l’uomo desidera conoscere, solo così potrà appagare il suo corpo e la sua anima.

 Il mio peso è il mio amore, da lui sono mosso dovunque io mio muovo

(Confessioni, XIII)

Il diavolo presenta ad Agostino il Libro dei vizi, XV secolo.

Agostino è ogni uomo che cerca la verità, che, nonostante le debolezze e le fragilità dei sensi e della carne, s’incammina, compie errori, abbraccia fedi e convinzioni come ogni mendicante attinge alla prima sorgente d’acqua che incontra fiducioso che questa potrà ristorare il suo cammino. Agostino è ogni uomo che si allontana da se stesso e dalla verità, che, come il Dottor Faust, vende l’anima al diavolo in cambio di un granello di sapere, che si deve perdere nei meandri più oscuri del suo essere uomo, per rinascere alla sua umanità più luminosa. E come l’idea di Bene in Platone guida e illumina il percorso individuale e sociale di ogni uomo, così il Dio dei cristiani illumina l’uomo Agostino che brancola nel buio, rendendolo metafora di ogni uomo filosofo e del suo doloroso peregrinare. Dio illumina l’animo umano, unico vero luogo dell’incontro dell’uomo con la verità:

Noli foras ire, in te ipsum redi. In interiore homine habitat veritas.

Non andare fuori di te, ritorna in te stesso. La verità dimora nell’interiorità dell’uomo.

(De vera religione, XXXIX)

Dal mondo esterno all’interiorità dell’animo umano, dall’apparenza mutevole alla verità assoluta, dall’infelicità terrena alla felicità come appagamento dello spirito umano. È lo stesso cammino che, al di là delle credenze religiose, conduce il poeta Leopardi dalla siepe all’eterno in cui il pensiero dolcemente naufraga.

[…] e mi sovvien l’eterno,

e le morte stagioni, e la presente

E viva, e il suon di lei. Così tra questa

Immensità s’annega il pensier mio:

E il naufragar m’è dolce in questo mare.

(Infinito, Leopardi)

Ciò che spinge l’uomo a cominciare il cammino è il desiderio innato di felicità. Un percorso tortuoso e sofferto che per Agostino comincia a diciannove anni con la lettura dell’Hortensius di Cicerone e che segna la sua scoperta della filosofia come ricerca della verità:

Questo libro, devo ammetterlo, mutò il mio modo di sentire […] e mi fece bramare la sapienza immortale con incredibile ardore di cuore. Così incominciavo ad alzarmi per tornare a te, Signore.

(Confessioni, III)

L’Hortensius è un dialogo filosofico, sullo stile del Protrettico di Aristotele, in cui Cicerone mostra come la felicità non possa risiedere nei beni effimeri come le ricchezze, i piacere o gli onori, ma solo nella sapienza che è verità, conoscenza delle cose umane e divine. Agostino ricevette una formazione essenzialmente letteraria, era un retore, eccelleva in un campo dove – lui stesso scrive nelle Confessioni – la gloria è proporzionale all’abilità negli imbrogli. Alla retorica, infatti, opporrà la filosofia, come ricerca della verità. Inizialmente Agostino, figlio di una fervente cattolica, Monica, si rivolgerà alla Bibbia, rimanendone deluso:

Ebbi l’impressione di un’opera indegna della maestà ciceroniana

(Confessioni, III)

È ancora presto per il nostro filosofo, siamo solo all’inizio della sua peregrinatio e la Bibbia è un testo oscuro, rozzo, costruito su miti ingenui molto lontani dall’eleganza dello stile a cui era stato educato. Bisognerà ancora camminare a piedi nudi sulla terra “matrigna” direbbe Leopardi, prima che Agostino ritorni al Testo sacro con l’intento di interpretarlo, di portarne alla luce il vero significato.

La lettura del dialogo ciceroniano e l’incontro deludente con la Bibbia lo spingeranno ad abbracciare il manicheismo, dove l’inquieto cor trova, sia pure temporaneamente, pace e una risposta al problema che più lo tormenta: perché esiste il male nel mondo? Perché l’uomo compie il male?

La credenza manichea per cui esistono due principi, due forze opposte, una positiva e una negativa, il Bene e il Male, entrambi assoluti entrambi esterni all’uomo, accarezza l’animo agostiniano spezzato dai desideri della carne che non riesce a governare e che il manicheismo identifica con il Male:

Ero dell’opinione che non fossimo noi a peccare, ma fosse una qualche altra natura a farlo in noi. E piaceva al mio orgoglio sentirmi estraneo alla colpa […] per accusare non so che altra entità che sarebbe stata in me senza essere me.

(Confessioni, V)

Per nove anni Agostino credette di camminare verso la verità, ma con l’approfondirsi dei suoi studi filosofici, prese corpo il sospetto che la sapienza di Mani non fosse realmente tale. Così quando nel 383 giunse a Cartagine il più celebre dei manichei, Fausto di Milevi, alla cui sapienza più volte Agostino era stato rimandato per sciogliere i suoi dubbi, il grande entusiasmo si tradusse nella più profonda delle delusioni. Fausto era sicuramente un piacevole conversatore, ma di scarse competenze e poche letture, che con grande onestà intellettuale ammise ad Agostino di non potere nemmeno iniziare ad affrontare le questioni che lo affliggevano. Non più manicheo, non ancora cattolico, a trent’anni Agostino vacilla ancora nel medesimo fango dello studente diciannovenne: domani troverò si ripete continuamente. Ecco il fiore del deserto, la ginestra di Leopardi simbolo di speranza e resistenza.

Il soggiorno a Milano, dove riceverà l’incarico di professore di retorica, segna una svolta fondamentale nella ricerca filosofica ed esistenziale di Agostino. Milano è una città dinamica intrisa di platonismo cristiano. La chiesa è dominata dalla figura del vescovo Ambrogio, nei cui sermoni domenicali, il nostro viator troverà l’integrazione di religione cattolica e neoplatonismo, troverà un percorso di ricerca della verità, rivolto non all’esterno, ma all’interno, all’anima, in cui l’uomo ritrova se stesso e Dio. È la via della conversione che giunge a destinazione nella chiesa in cui Agostino riceverà nel 386 d. C. il battesimo.

Dio è la luce che illumina l’anima e la rende degna della verità. Dio è la verità che rende possibili tutte le verità: l’anima trova dentro di sé delle verità intelligibili, dei modelli o idee che non è lei stessa a creare ma che le permettono di conoscere. Agostino fonda l’intero processo di conoscenza in Dio, un Dio che, secondo la tradizione giudaico-cristiana, crea dal nulla il mondo e l’uomo. E l’uomo lo fa a sua immagine e somiglianza, con l’idea di infinito scolpita nella sua interiorità, quella stessa idea che guida gli uomini attraverso la storia, ora degradandoli all’ultimo dei significati del loro essere uomini ora innalzandoli al più alto senso della loro umanità, quello che conduce lo schiavo di Platone a ritornare nella caverna, l’animo di Leopardi al suo dolce naufragar e l’inquieto cuore di Agostino a Dio. La perfezione di un’idea si piega dinnanzi all’unicità delle singole vite destinate a perdersi nell’imperfezione di quel moto che è la vita, ma che porta dentro di sé la promessa di un ritorno.

Ecco che la conoscenza della verità coincide con la salvezza dell’anima umana, la vera filosofia coincide, per Agostino, con la vera religione. E nella beatitudine agostiniana, il male può solo assumere le vesti di una privazione di bene, non può esistere come realtà ontologica – la volontà di Dio è eternamente buona e da essa solo bene può derivare – il male è non essere, mancanza del positivo che è in ogni creatura.

E allora perché gli uomini compiono il male? Perché si stordiscono nei piaceri della carne dimenticando il vero bene?

Secondo Agostino, perché esiste il libero arbitrio: la volontà dell’uomo non è perfetta come quella divina, l’uomo è un essere finito e contingente, in questo orizzonte si muove la sua libertà di scelta. Scelta tra il bene e il male, tra l’essere e il non essere. Il peccato umano è un amor inordinatus, un amore inconsapevole del reale valore delle cose, della legge naturale inscritta da Dio in ogni essere, dell’ordine e della bellezza che Dio ha donato al mondo. Ma l’uomo è libero, per questo esiste il male volontario, o per usare termini cristiani il peccato. Come dirà Kant molti secoli dopo la morale è la condizione non solo dell’esistenza ma della pensabilità stessa della libertà. La responsabilità del male grava con tutto il suo peso sulle spalle dell’uomo, si colloca nel tempo, nella tensione dell’animo umano tra un passato che non è più, un futuro che non è ancora e il presente, che nel momento in cui è, diventa passato.

Che cos’è allora il tempo? Se nessuno me lo chiede, lo so; se dovessi spiegarlo a chi me lo chiede non lo so.

(Confessioni, XI)

Quanto è silenziosa la risposta quando esplode in una domanda, come la vita quando d’un tratto si rivela.

La memoria ci rende consapevoli di ciò che siamo e di ciò che abbiamo in noi stessi, la memoria è conoscenza e coscienza di noi stessi, è un percorso che conduce l’anima dal mondo esterno alla sua interiorità e s’arresta dinnanzi alla meta finale di tutta una vita, verità assoluta e felicità piena: Dio. In questo percorso fede e ragione sono alleate, perché ogni conquista pone una domanda e ogni domanda ha bisogno di credere che una risposta esista.

Eliana Macrì

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